lunedì 16 dicembre 2013

Tutto in un sogno...


La ragazza scese dal carretto trainato da un piccolo mulo lasciando una moneta all'uomo che lo guidava.
Arrivò così nell'ora dell'Ave Maria serotina alle porte del paese.
Il via vai di contadini e pastori era un misto tra risate e fatica.

La piccola chiesetta, che si scorgeva dall'alto del paese, era avvolta da grandi alberi di ippocastano e da terrazzamenti che, solo i liguri così attaccati alla vita ed alla propria terra, potevano costruire.

Il giorno volgeva al termine e la giovane Vittoria chiese ad un signore attempato se ci fosse un luogo dove poter soggiornare. Questo, che seduto fuori la porta della locanda fumava la pipa le disse che avrebbe trovato ospitalità alla fine del dritto vicolo che aveva davanti.

Così la ragazza si addentrò negli stretti vicoli, accompagnata da sguardi nell'ombra. Molte volte si sentì osservata ma voltandosi non vide nulla, a parte un gatto, dalla lunga coda che le attraversò la strada prima di sparire nel buio di un antro.

La ragazza discese la scaletta e si ritrovò sotto ad un porticato chiuso da grandi mura in pietra.
Le finestre erano aperte e pareva che l'interno degli edifici fosse stato colpito da un incendio, travi rese nere dal fuoco,  rendevano lugubre l'atmosfera.
Discese ancora, cercando di tenere lo sguardo fisso a terra per non guardare le porte murate che si affacciavano sulle scale.

Un gufo in lontananza intonava la sua canzone di caccia e la nebbiolina della sera scendeva con leggerezza.
Le fiammelle dei lumi danzavano come piccoli Folletti attorno a lei.

Era la notte di santa Lucia e, Vittoria, ricordava i suoi nonni, che proprio in questa notte si sedevano sull'uscio di casa ed aspettavano con latte e pane gli Gnomi.

Avvolta così nel suo scialle verde scuro e nei pensieri che affollavano la mente, arrivò alla porta della casa indicatagli dal vecchio signore della locanda. Bussò e sentì rumore di passi veloci.
La grande porta si aprì e una donna dai capelli folti e scuri le sorrise amichevolmente. Le due donne scesero giù per una ripida scalinata e la donna chiese a Vittoria se volesse del cibo ma, la ragazza, disse che era troppo stanca e non avrebbe cenato, quindi la donna le fece strada scendendo ancora una scaletta tra grossi muri in pietra accompagnandola nella su stanza.

La giovane si guardò intorno, la stanza era ricca di mobili ed i muri in pietra e le due colonne che ne dividevano l'entrata dalla parte del letto le ricordavano le grandi stanze dei palazzi della sua città.

Il grande camino aveva legna in abbondanza,Vittoria aprì il sacco contenente la biancheria da notte mise a scaldare un piccolo contenitore d'acqua sulla griglia e si lavò.
Prima di mettersi a letto guardò dalla finestra che rimaneva proprio alla sinistra del letto. La Luna era già alta e svettava, ferma e piena, nella fase più luminosa, la fase chiamata "dei viandanti".

Lo sguardo della giovane cadde sulla piccola chiesetta che da quella finestra si vedeva bene. Ebbe un sussulto nel vedere una lunga fila di persone incappucciate e di grigio vestite, che a passi lenti entravano in chiesa.
La luna illuminava il grigio dei loro abiti rendendoli irreali.

La stanchezza però prese il sopravvento sulla curiosità e la giovane si accasciò sul letto addormentandosi .

Si svegliò di soprassalto pensando fosse ancora notte fonda, ma il sole che rischiarava la stanza era già alto e l'insistenza del bussare la fece alzare velocemente.
Aprì la porta e la signora la guardò intensamente e prima ancora di salutarla con un fugace buongiorno, le porse un velo grigio, dicendole di indossarlo perchè quella mattina vi sarebbe stata una funzione nella chiesa fuori le mura del paese .

Le portò poi un pò di cibo, una piccola brocca di latte di capra ancora tiepido, delle gallette di farina grossa, due corbezzoli ed un poco di marmellata di cotogne.
La giovane mangiò avidamente poi scaldò dell'acqua si lavò e si vestì per la funzione.

Camminò in silenzio per una mezzora in mezzo al fitto bosco finchè non si ritrovò davanti ad una struttura in pietra con un piccolo giardino recintato da un basso muretto a secco.

L'iscrizione gotica  del sovrapporta riportava nel centro un Sator, Vittoria si fermò per leggere ciò che recitava l'iscrizione ma, una donna mai vista prima, le fece cenno senza proferir parola di entrare, me non prima di aver indossato il velo.

L'aria, all'interno della piccola chiesa, tra i fumi d'incenso e umido dei muri pregni d'acqua era irrespirabile.
L'atmosfera, per la poca luce che filtrava dalle piccole bifore senza vetri ed i toni del grigio dei muri e delle vesti era ferale.
Il prete, rimaneva dietro l'altare in pietra, avvolto dai fumi dell'incenso ed intonava litanie dalle quali Vittoria tentava di distogliersi.
Cercò più di una volta di capire perchè fosse li e si fosse fatta trascinare senza opporsi ad una funzione.

Il prete fece un cenno e chiamò a se i fedeli che con capo chino si recarono all'altare per la comunione.
La ragazza rimase al proprio posto, ma la donna che la ospitava, la spinse con vigoria  verso l'altare.
Fu così costretta a mangiare il pane duro e a bere il vino che ne sapeva d'aceto e sempre in silenzio ritornare al proprio posto.

Finita la funzione uscirono tutti dalla chiesa e la ragazza si fermò nel giardino respirando l'aria assolata.

Tornando sulla via di casa chiese spiegazioni alla donna visto il suo comportamento durante la funzione.
Questa le intimò di seguirla e, dopo una quindicina di minuti di strada, si ritrovarono su una terrazza chiusa da una palizzata dove vi era  una piccola grotta scavata nella terra.

Qui la ragazza entrò con la donna e questa le disse che le donne di quel paese erano tutte figlie degli spiriti, figlie del mondo nascosto, del piccolo popolo.
Continuò dicendole che lei stessa, dopo due giorni di viaggio, era giunta in quel paese perchè figlia dell'oscuro. La donna continuò, dicendo che il prete voleva che le donne del paese partecipassero a tutte le funzioni sacre per espiare i peccati.

La donna continuò dicendo alla ragazza, che ella era giunta in quel paese per conoscere la propria vita, le proprie radici ciò che in precedenza fu.

La ragazza rimase sbalordita dalle parole udite ed ancor più ne rimase, dallo sguardo della donna, che pareva penetrarle l'anima.

Vittoria segui la donna e questa le parlò del paese e delle tradizioni che le donne si passavano oralmente da secoli.
Le parlò della Fontana bassa dove le guaritrici e le levatrici prendevano l'acqua per le partorienti, le narrò la leggenda del Sator e degli usi che se ne dovano fare.
Le parlò del piccolo popolo e di coloro che, attraverso lo sguardo, la seguivano ovunque senza mai lasciarla sola.
Disse che i suoi fratelli erano gli animali delle tenebre, come volpi, gufi, gatti e tutti quelli che popolavano l'oscurità, aggiunse che questi andavano onorati, perchè erano a conoscenza di segreti dati dal popolo invisibile.

Passarono così il resto della mattinata tra insegnamenti e scoperte, quando la donna, alla luce dell'ormai alto sole, disse a Vittoria di seguirla.

La portò nel centro del borgo dove i raggi del sole non filtravano ed i vicoli stretti rendevano tutto ombroso e umido.

La donna si fermò improvvisamente davanti alla ripida scala di un' abitazione oramai in rovina. Questa fece cenno alla giovane di salire le scale e recarvisi all'interno. La ragazza con timore salì le scale, entrando con attenzione nell'abitazione. Vi erano alcuni mobili molto vecchi ed oramai rovinati dal tempo, le finestre senza vetri avevano lasciato spazio a pipistrelli e nidi di ragno.

La casa anche se oramai diroccata diede alla ragazza l'impressione di averla già vissuta come se le fosse appartenuta. Cominciò così a toccare il ronfòu, vide la stufa oramai rotta, il vecchio tavolo in legno impolverato e mangiato dall'umido. Si voltò di scatto ed intravide quella che era stata la camera da letto.
Con un sospiro vi entrò e notò il letto che le parve di aver lasciato li da poco.
Un letto molto alto, grande e con una coperta di lana grossa non tinta, mangiata dalle tarme. Vide la chinna, la culla, con un mazzo di erica all'interno. La ragazza in quell'istante ebbe un capogiro si sedette sul letto e qui scoppiò in un pianto a dirotto.

La donna sentendo il pianto salì correndo le scale e vide la ragazza in camera, seduta. Presa da un moto di tristezza e compassione la abbracciò con forza.
La donna accompagnò così fuori dalla casa la giovane e cominciò a parlarle di quello che le era accaduto. Le disse che aveva appena scoperto quella che fu la sua vita passata.

Infatti lei aveva abitato in quella casa e proprio nella stanza da letto aveva partorito sua figlia Lucrezia. La sua vita scorreva felice da moglie e madre, finchè non arrivò un uomo mandato dalla città per indagare su alcune morti avvenute in quel paesino arroccato.

Questo arrestò e mise a processo una ventina di donne alcuni uomini e due bambini che vennero accusati di stregoneria. Sua figlia Lucrezia all'età di 8 anni venne data in consegna tra gli urli della madre ed il dispiacere del padre a delle suore di un convento di una piccola cittadina vicina.
Vittoria venne accusata di stregoneria, perchè, dissero "curava dai malanni con le erbe e parlava con creature oscure" e portata assieme alle sue compagne in città e li, nella torre, rinchiusa. 

La ragazza ascoltava senza interrompere...

La donna finì il suo discorso dicendo che delle donne indagate non si seppe più nulla, sparirono avvolte dal mistero, ma delle persone portarono notizia che alcune riuscirono a scappare rifugiandosi in un paesino appena fuori le mura. La donna disse il nome a Vittoria. Questa non si mosse perchè gelata dalle parole della donna dallo sguardo misterioso.

Il paese era quello dei suoi avi.

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